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martedì 14 giugno 2011

L’attenzione ai beni comuni: nessuno tocchi la Costituzione.

Il 2011 si è aperto con le crisi dei sistemi autoritari nell’Africa settentrionale e nel Maghreb e poi ci ha inevitabilmente sbalordito con la deflagrazione nucleare giapponese.
Non si poteva solo rimanere attoniti rispetto alla destabilizzazione dei sistemi politici africani, così come non si poteva lasciar fare sul nucleare, questioni queste che hanno influito sulla sensibilità collettiva italiana ed europea.
Innanzitutto, il disimpegno economico dei governi verso il sistema di welfare, ristretto dai cordoni della politica europea, ha giocato un peso decisivo nelle difficoltà giornaliere e nel risveglio politico.
La crisi economica è riuscita a intaccare i diritti sociali, ha riaperto quel profondo abisso tra chi ha e chi non ha, è riuscita ad acuire le profonde differenze tra le possibilità nelle generazioni.
Le generazioni della rivolta, incastrate e soffocate, hanno dato un segno inequivocabile: in Spagna i giovani sono in piazza, così in Grecia i giovani chiedono disperatamente di aprire alle politiche sociali, ma anche Irlanda, Portogallo; il sud europeo chiede delle risposte.
E’ sulle politiche sociali che si prospetta il declino dell’Europa, troppo attenta ai conti in regola, al pareggio di bilancio, peraltro sempre auspicato e mai raggiunto; di una Europa che ancora una volta risponde alle necessità e alle difficoltà di chi ha o di chi già avuto, chiudendosi a riccio rispetto ai nuovi e roboanti ingressi.
Quindi, il voto delle amministrative e dei referendum, in Italia, sono una risposta inequivocabile di come le ricette messe in campo per contrastare la crisi economica hanno precipuamente toccato da un lato il tema della coesione sociale e poi degli stessi diritti.
Di coesione sociale si tratta se ci si rende conto all’alba del terzo millennio che il valore del pubblico diviene centrale, se ci si rende conto che il valore del bene collettivo è primario rispetto alla gestione privatistica. Il tema dell’equità è largamente maggioritario nelle coscienze degli italiani. Si tratta di equità intesa come redistribuzione nell’uso delle risorse che attengono sia alla sopravvivenza della vita che alla sopravvivenza della democrazia.
Il valore pubblico è richiamato e sembra che non possa essere messo in discussione nemmeno rispetto alla tanto acclamata efficienza, termine spesso abusato e costretto ad essere il grimaldello delle inerzie pubbliche.
In sostanza, si tratta di ridefinire il paradigma della coesione sociale e di un nuovo modello di gestione dei beni comuni.
Ci si poteva immaginare, forse, che il caldo e la tornata dei ballottaggi avrebbero potuto innescare il free riding nel voto, ma non è stato così, infatti, da Nord a Sud il quorum è stato raggiunto con punte importanti in zone che spesso hanno messo sotto accusa il valore del pubblico a favore dell’efficienza della gestione privatistica.
In passato, in alcune precise zone , i segnali di voto sembravano dimostrare che i valori territoriali e locali erano più importanti di quelli appartenenti al sentimento collettivo italiano, ma in questi mesi non è stato così.
Questo porta anche un ulteriore interrogativo inerente la necessità della redistribuzione di ricchezze a favore del Nord (in sintesi il federalismo italiano che molti autori stentano a riconoscere come tale) è questa la risposta che il popolo italiano si attende? Anche su questo punto occorre da oggi in avanti una riflessione più profonda.
Ritornando a queste elezioni, sebbene si possa ragionare a prescindere dal nucleare perché legato ad un sentimento di emozione del momento, il ruolo centrale del sentire comune è stato pregnante:
l’interesse individuale è crollato rispetto all’interesse collettivo ed è venuto affermandosi anche il sentimento di equità intergenerazionale. In questa direzione un fenomeno da non sottovalutare è che anche in Italia, si è verificato come in altri paesi, il protagonismo dei “giovani” facebookiani, blogger, o quant’altro, che sono riusciti a costruire attenzione, informazione e sentimento verso i beni comuni.
Un sentimento che ha attraversato i varchi generazionali e determinato quell’affluenza che ha inciso sul quorum.
Internet è stata la vera rivoluzione sociale, è stata ed è la voce dell’insofferenza alla crisi economica e politica internazionale. Si tratta della libertà di condividere, di taggare o di essere taggati, della libertà di scegliere una notizia o meno, questa libertà si è legata fortemente alla partecipazione.
Forse in Italia, i giovani non sono scesi in piazza a fianco dei propri fratelli africani, ma come loro non credono in un sistema economico e politico desueto e vago rispetto alle condizioni che vivono e sentono.
Forse in Italia, i giovani non hanno la forza di innescare una rivoluzione con le armi, ma lo hanno fatto con il voto ammettendo che nessuno può sottrarsi alla legge solo perché premier o ricco.
Abbiamo il nostro vessillo di cui andiamo fieri: la Costituzione e quell’articolo 3 risuona nelle coscienze e nelle anime degli italiani.
Questo legame tra il popolo sovrano e la sua Costituzione nel tempo si è rinsaldato, si è rafforzato talmente tanto che nessuno può permettersi di toccare la Costituzione. Nessuno.

Antonietta Fortini Comitato politico nazionale Sel

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